I Placebo festeggiano 30 anni di carriera
Era infatti il 17 giugno 1996 quando la band inglese consegnava alle stampe l’omonimo disco di debutto via Hut Records (un’etichetta britannica fondata nel 1990 come succursale gestita da Virgin Records).
Mentre la band si prepara a celebrare il trentennale con un remaster completo del disco dal titolo PLACEBO RE:CREATED (in arrivo a giugno) e un tour che li porterà anche in Italia il 6 novembre (all’Unipol Forum di Milano), volevamo cogliere l’occasione per lanciare uno sguardo su quello che è stato uno dei debutti discografici più sorprendenti della discografia albionica.
Non è da tutti realizzare un debut album che immediatamente si impone come una delle pietre miliari del rock alternativo degli anni Novanta, piazzandosi in breve tempo quinto nelle classifiche di vendita UK. Certo, col senno di poi, sappiamo che ne sarebbero seguiti di ben più articolati e strutturati ma in quell’estate del ’96 i Placebo avevano avuto l’ardore di inserirsi nello iato che aveva lasciato, da un lato, il grunge ormai diventato quasi posticcio e, dall’altro, un Britpop che stava saturando l’aria di ogni nuova realtà discografica.

Brian Molko e Stefen Olsdal (entrambi non di origini Britanniche e, fun fact, entrambi precedentemente studenti dell’American International School di Lussemburgo) si erano conosciuti qualche anno prima in Underground e con uno sguardo avevano fatto il proverbiale click: si erano riconosciuti in quella loro estetica androgina, nella visione musicale e nella voglia disperata di sovvertire concetto stesso di rock. Insieme al batterista Robert Schultzberg (che farà parte della band solo ed esclusivamente per questo album a causa di attriti già in fase di prduzione e successivamente di promozione), i due confezionano un disco che spicca per essere un misto ben collaudato di glam-rock, alt, grunge e post-punk. Tutto con un senso molto rifinito dello stile e della sostanza che maneggiano. Sanno quello che fanno e non hanno timore di dimostrarlo ed è questa sfrontatezza (forse ingenua, forse no) che catalizza l’attenzione su di loro fin da subito.
Il singolo che proprio li fa volare in cima alle classifiche è “Nancy Boy” che addirittura attirò l’attenzione di David Bowie, tanto da volerli come gruppo spalla per molti dei suoi concerti di quell’anno (e questo sarà l’inizio di uno splendido rapporto artistico ed amicale che li legherà per tutta la vita). Insieme agli altri singoli estratti (‘Bruise Pristine’, ‘Come Home’ e ‘Teenage Angst’) il disco parlava in maniera abbastanza inedita per quegli anni di questioni di genere, sessualità turbate, sofferenze vissute in modo radicale, ansie generazionali e droghe (di ogni tipo). Temi che in seguito sarebbero entrati a far parte in maniera costante di una loro personale narrativa dell’animo umano.
“Since I was born I started to decay, now nothing ever goes my way.”: “Teenage Angst” è il manifesto ideologico di questa visione così decadente, così assoluta, così reale.
Suoni taglienti, strutture serrate che si intrecciano ad eleganti tessiture melodiche, con un’interpretazione vocale piena di fascinazione e pathos performativo che tocca immediatamente per la sua ostentata autenticità. Fu un’esplosione incredibile PLACEBO nel 1996. inserendosi nello iato che aveva lasciato, da un lato, un grunge ormai diventato quasi posticcio e, dall’altro, un Britpop che stava saturando l’aria di ogni uscita discografica.

Trent’anni ci sembrava giusto ricordarlo. E mentre aspettiamo o all’uscita della versione rimasterizzata e riarrangiata (di cui abbiamo avuto un assaggio con “Bruise Pristine RE:CREATED VERSION” qualche settimana fa), riascoltiamo questa perla nella discografia della band inglese.
