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FONTAINES D.C. - Dopamine Chamber

  • Dopamine chamber
  • just tryna kill the pain
    You can't escape the feeling
  • once you've given it a name.
  • One Man

 

Avete presente quando la mente si ingolfa di talmente tante cose da dire che alla fine resta inerme per un bel po’ prima di capire da che parte iniziare? Ecco, questa sono io da quattro giorni a questa parte, mentre ascolto in loop pressocché ossessivo Dopamine Chamber, il nuovo disco dei Fontaines D.C., uscito lo scorso 16 ottobre via XL Recordings.

Quindi partiamo dall’inizio, prima ancora che il disco uscisse.

Credo che per nessuna release di quest’anno ci sia stato un quantitativo così esponenziale di recensioni uscite ancora prima che il disco in questione vedesse ufficialmente la luce (qualche settimana fa sono stati organizzati una serie di listening parties di pre-ascolto, ndr).  E ho mostrato anche una certa abilità nel lanciarmi in doppi carpiati per evitare di leggere ogni tipo di contenuto che avrebbe potuto intaccare il primo ascolto di un lavoro che, lo ammetto, io stessa stavo aspettando fervidamente da quando era stato annunciato. La cosa che fin da subito mi aveva destabilizzata riguardo questo disco era stato il netto distacco tra chi lo aveva accolto come un capolavoro assoluto e chi, invece, si sentiva tradito da una sorta di scadenza nell’identità della band. Non troppe mezze misure. Va beh, lo stesso discorso che era stato fatto per Romance – avevo pensato. Ma i toni si erano infittiti e lo squarcio sembrava ormai quasi insanabile.

Poi è finalmente uscito il disco.

L’ho ascoltato e riascoltato e riascoltato e riascoltato (tipo Amanda Sandrelli in Non ci resta che piangere) e quello che ritengo sia imprescindibile prima di continuare a scrivere cosa ne penso è che bisogna svincolarsi dalla retorica del giudizio assoluto, da quell’atrofia dell’opinione che tende a ridurre tutto ad un manicheo aut aut, in cui il rimbalzo mediatico funziona per riempire le menti di pensieri già masticati e digeriti senza che le persone abbiano poi il desiderio di ragionarci e rielaborarli con la propria sensibilità. Formulare un pensiero è stancante, mettersi in bocca quello di altre persone che pare abbiano una certa autorevolezza nel profferirlo rende ogni idea quasi più validante. L'ennesima critica ai social network era necessaria adesso? – direte voi. Che c’entra? E invece c’entra eccome, ma ci torniamo tra poco.

Ora, arrivati a questo punto, mi preme parlare di Dopamine Chamber, il quinto disco della band di Dublino.



Che gli ex boys in the better land avessero deciso di solcare la strada maestra aperta con Romance del 2024 era già chiaro dal primo singolo estratto “Marianne” e dal fatto che in cabina di regia ci sarebbe stato anche stavolta (come per il capitolo precedente) il deus ex machina delle produzioni patinate moderne, James Ford. Ma se da un lato ne riprende le suggestioni, dall’altro si occupa anche di stravolgerne ogni possibile implicazione, essendone contemporaneamente sua pariglia e nemesi (come in parte rivela la copertina antropomorfa dagli stessi colori). Romance aveva strizzato l’occhio al maistream, ammiccando a sonorità più accomodanti e raggiungendo vette altissime di apprezzamento popolare. Qui l’ammiccamento continua ad esserci, ma ha piuttosto le sembianze di un ghigno. Dopamine Chamber abita gli stessi spazi di Romance, ma li disturba, destrutturandone gli interni, spostando mobili, dipingendo le crepe con colori ancora più sfacciatamente al neon.

La traccia iniziale “Six Shot Morning” con le sue reiterazioni sintetiche angoscianti, quanto accattivanti, funziona un po’ come la sequenza iniziale di Enter The Void di Gaspar Noè. Ci entri dentro, risucchiato da un vortice malato che ti fa cedere alla promessa di anestetizzare ogni sensazione, chiudendo il mondo fuori: benvenuti nella stanza della dopamina, un non-luogo tra l’eternità e l’oblio in cui ogni riferimento reale si scolla dalla sua sostanza e perde qualsiasi relazione di significato. L’assuefazione costante verso realtà alienanti come il doomscrolling o l’AI, la minaccia della perdita di riferimenti umani e culturali, le guerre, i cambiamenti climatici, la mente che si ammala: c’è tutto dentro questa distopia dalla quale si vorrebbe fuggire, o nella quale si vorrebbe soccombere per sempre.

Ph. Elizaveta Porodina

Dal punto di vista musicale, questo senso di dissociazione è reso attraverso sontuosi arrangiamenti, imbastiti nel dialogo incessante tra una marcata componente sintetica anni ’80 (impossibile non ravvisare echi dei Depeche Mode, dei Cure o dei New Order) ed evocative atmosfere orchestrali dal gusto cinematografico. È proprio quest’ultimo, quel cinematic feeling di cui si parla in “Marianne”, a gettare le basi per l’edificazione del rispiro dell’intera opera. Oltre il riferimento al “melodramma psichedelico” di Noé, è possibile riscontrare un gusto spiccato per l’onirismo dai contorni liquescenti à la Lynch, ma anche una spudorata ammirazione verso Ennio Morricone (la superba murder ballad con Rosalía “Where Is Gone?” sembra quasi una colonna sonora del compositore italiano per una moderna resa della saga di James Bond). A tal proposito, non destano troppo stupore le dichiarazioni di Grian Chatten circa la sua recente passione nei confronti di Mina ed in particolare del brano “Se Telefonando” (la cui musica e arrangiamenti sono proprio di Morricone, ndr).

Ma l’Italia non è presente in questo disco solo per le influenze musicali. Gran parte dei testi di Dopamine Chamber, infatti, sono stati abbozzati da Chatten durante un viaggio improvvisato in solitaria tra Verona e Venezia (qui mi ripeterò ma credo che gli stilemi di cui si compone la sua poetica sia tra i migliori in circolazione) e la definizione che attribuisce nella traccia conclusiva “Intimate” alla floating city descrivendola come un luogo in cui “there’s no ending to the déco-dance” credo setti bene i perimetri entro cui il disco è stato concepito. A parte per l’impiego di déco-dance come unico termine in grado di definirne il genere musicale, a mio avviso, ma anche per l’ossessione neanche troppo velata nei confronti del tempo e della fine. La ricorsività di termini come “always”, “forever”, “ending”, ‘fading”, “die” (e derivati, come appunto nel mantra tanatologico “dying dying and dead” ripetuto innumerevoli volte in “Intimate”) è stato uno degli aspetti ad avermi colpita fin dal primo ascolto. Stamattina, in pieno doomscrolling (come vedete non se ne esce, sic) ho visto uno stralcio di intervista alla NPR in cui Chatten parlava della transitorietà come elemento simbolico molto forte nel suo modo di vedere il mondo: “Le cose acquistano significato perché sono transitorie” (“things acquire their meaning because they're ephemeral”).  E allora l’oblio diventa contemporaneamente premessa di salvezza (“I can help you disappear” – “Marianne”) e liberazione da tutto ciò che non conta davvero (“Your indifference won’t make me disappear” – “Mimesis”).



Convivono nelle tracce il dream-pop dai toni pastello (di “Japan”), le bordate industrial dalle effervescenze trip-hop (come in “Tongue”, singolo che non avevo troppo amato ma che ho imparato ad apprezzare con i molteplici ascolti), apocalissi fosforescenti che sembrano uscite direttamente dagli anni ’80 (“Mimesis” o “Six Shot Morning” ad esempio) in cui l’aspetto analogico della loro musica (se così ha senso chiamarlo) recede al punto tale da non essere pressocché ravvisabile. Ma dal controcanto, troviamo anche squarci in cui torna ad essere presente l’essenzialità rock disturbata che è rimasta nonostante tutto il loro marchio di fabbrica; e allora penso al riff di chitarra che si ripete morbosamente in “Happy For You”, ai fuzz e ai ritmi sincopati di “Demolition”, alla batteria rutilante che si sposa con le orchestrazioni ariose di “You Miss Me”. Abbiamo inoltre già accennato alle fascinazioni verso il cantautorato italiano nel pezzo con Rosalía, ma potremmo annoverare anche “One Man”, che racchiude il titolo del disco, e che è stata registrata nelle parti vocali interamente a Palermo con James Ford in una stanza insonorizzata in modo rudimentale da strati di lenzuola e materassi impilati gli uni sugli altri (le voci che si sentono in sottofondo sono quelle dei bambini che giocavano a pallone nella piazzetta sottostante).



Si potrebbe ascoltare questo disco altre mille volte e far caso ogni volta ad un elemento diverso. Sicuramente, emerge con sempre maggiore enfasi il ruolo portante di Chatten nell’articolare vocalmente le sfumature più cupe del nostro vivere moderno, navigando su una varietà di registri espressivi che vanno dal falsetto al sospiro, dallo spoken al crooning, osando, ritraendo, tenendo per mano l’ascoltatore fino al baratro. Qualche tempo fa, non ricordo precisamente dove, scrissi che la centralità del frontman non pesava poi troppo all’economia sonora della band, che manteneva comunque un suo sound riconoscibilissimo anche esulato dalle parti vocali.  Ora non ne sono più così sicura e non lo dico in via provocatoria: se non fosse stato per Chatten, sarebbero stati ancora i Fontaines D.C. quelli che stiamo tanto amando?  Forse non ha troppo senso porsela questa domanda, forse sì. Per ora, non ce ne preoccuperemo.

Abbiamo letto tutti, credo, titoloni che li decretaano come la migliore band della loro generazione e acclamano Dopamine Chamber come il loro masterpiece. Già? Dopo neanche una settimana dalla sua uscita? Di certo, è in linea a posizionarsi in vetta alle classifiche e ha tutte le carte in regola per farlo, siamo onesti. Io dal mio canto sono troppo affezionata ai capitoli meno “da stadio” (per usare un linguaggio che si conforma alla stampa di cui sopra) per poter gridare ad ampia voce al miracolo; non dimenticherò mai la botta che mi diede nel 2019 Dogrel, conducendomi (insieme a Joy As An Act Of Resistance degli Idles) verso la formazione di un mio personale gusto musicale e né metterò da parte la grandiosità epica che ha avuto Skinty Fia. Ma attribuisco già a Dopamine Chamber il grandissimo (smisurato per me) merito di avermi restuito quel pugno allo stomaco che con Romance non avevo avuto.

Nel suo valore più rappresentativo e simbolico, questo disco risuona mentre ne scrivo la recensione nella mia dopamine chamber, dove credo che tutto possa esistere e dove nulla è, nell’intimità di un microcosmo che fagocita in sé tutto l’universo per non esserne a sua volta schiacciato.

Dedico questa recensione a Trevor Dietz, che ho avuto la grande fortuna di conoscere.

TRACKLIST:

  1. Six Shot Morning
  2. Marianne
  3. Mimesis
  4. Happy For You
  5. Demolition
  6. Tongue
  7. One Man
  8. Where Is Gone? (with ROSALÍA)
  9. You Miss Me
  10. Japan
  11. Intimate

 

Immagine che rappresenta l'autore: Francesca Mastracci

Autore:

Francesca Mastracci