L’altro giorno, mi è capitato un ricordo su Facebook e ve lo condivido.
Era l’estate del 2019. Un mio carissimo amico mi gira il video dell’esibizione a Glastonbury degli Idles, una band post-punk di Bristol che conoscevo solo di riflesso: li avevo visti in giro, mi piaceva il titolo del disco che stavano promuovendo Joy As Act Of Resistance, ma non avevo ancora avuto modo di farmeli entrare sottopelle.
Quel video cambiò tutto. Irrimediabilmente.
La performance di “Danny Nedelko” su quel palco fu quanto di più potente avessi visto da tanto tempo a quella parte (e anche dopo). Stavano tornando le chitarre (così si diceva in quegli anni) e le loro erano decisamente stridenti e abrasive; Bowen (che in seguito avremmo visto sfoggiare deliziose camice da notte) si presenta su quel palco (uno dei più prestigiosi di tutta Inghilterra) in mutande e si fionda senza riserve sul pubblico, tra orde impazzite di moshpit; Talbot si tira pugni sul petto, e alla fine scoppia in un pianto liberatorio che squarcia il cuore di tutti; poi entra la madre di sua figlia (con la bimba in braccio) e lo bacia.
Piansi, come da buona prassi quando succede qualcosa che riesce a toccarmi nel profondo, e iniziai a recuperare tutta la loro discografia fino a quel momento (Brutalism del 2017 e qualche manciata di EP). Erano sgangherati, viscerali, intensi, emozionali fino all'osso e i loro pezzi trasudavano messaggi importanti (contro l’omofobia, la xenofobia, Brexit, la tossicità dei rapporti e la monarchia britannica) che loro urlavano con tutta la loro rabbia, nel bisogno di farsi ascoltare. Avevano un'urgenza espressiva, sia a livello di lyrics che nell'impostazione sonora, che letteralmente mi spostavano e quando un artista (a prescindere dal genere e dal mezzo espressivo della sua arte) riesce a spostarti, farti riconsiderare le tue posizioni, i tuoi gusti, il tuo modo di sentirti esistere al mondo, beh a quel punto scatta una magia talmente forte che non puoi ignorare e che, spoiler, durerà per tutta la vita.
Gli Idles sono ad oggi tra le band in attività che amo di più in assoluto (oserei dire LA, ma non ho mai troppo abbracciato la filosofia delle generalizzazioni estreme). E come me, milioni di altre persone nel mondo, hanno trovato nel loro linguaggio l’espressione di un bisogno di rivalsa che sentivano bollire dentro se stessi e che rimetteva al centro sentimenti puri, autentici, nella loro fragilità e anche banalità (mi verrebbe da dire) ma lo hanno fatto attraverso il clangore disorientante e impetuoso di chi ha davvero qualcosa da dire. E con quel qualcosa cerca di cambiare il mondo, creare connessioni, sviluppare una comunità. Ed è proprio in sede live che tutto questo ottiene il coronamento estremo.

Nel video di Danny Nedelko, il protagonista (che, fan fact si chiama davvero Danny, è un immigrato ed è il cantante degli Heavy Lungs) va in giro indossando una t-shirt con su scritto NO MAN IS AN ISLAND . È forse proprio questo, al netto di tutti gli slogan con cui hanno cosparso la loro discografia (mi viene da pensare a “freudenfreude” - in “Pop Pop Pop”, “Love Is The Thing” - in “Grace”, “I’m feeling magni-fuckin-fique” - in “Crawl!”, “I’m Scum” - nel pezzo omonimo), il manifesto che dichiara la loro poetica. Nel loro baccanale di irruenza e potenza emotiva, anche quando i toni si abbassano e raggiungono sonorità più soft, gli Idles ci hanno insegnato che parlare di amore è il gesto più rivoluzionario, sempre, anche se sei una band di sgangherati post-punk.
credits immagine in copertina: Tom Ham
