Un disco analogico nell’epoca dell’immateriale. Nove tracce senza percussioni, synth trattati come un’orchestra, un archivio VHS, nove simboli nati dipingendo bendato. Al centro, un viaggio all’indietro per provare a ritrovare qualcosa che nel frattempo abbiamo perso: la nostra umanità.
altro/alto è il nuovo disco di Boetti, uscito il 23 ottobre per Rizoma, collettivo e label indipendente distribuito da Virgin Music Group Italy, nato come realtà emergente e locale con l’obiettivo di sviluppare progetti e iniziative che attraversano musica e altri linguaggi creativi.
Il viaggio di altro/alto parte da Roma. Non tanto dalla città in sé, quanto dal cortocircuito che Roma mette continuamente davanti agli occhi: eternità e collasso, bellezza e bestialità, memoria e un presente che sembra correre sempre più veloce. Per Boetti diventa l’immagine perfetta di una sensazione più ampia: quella di vivere in un tempo che ha aggiunto moltissimo e, forse proprio per questo, ha progressivamente perso di vista ciò che era sufficiente. Da questa presa di coscienza nasce la necessità di fare il percorso inverso: tornare indietro per capire cosa rimane quando si toglie tutto il resto.
«Roma per me è stata un’epifania: la sensazione che stesse finendo tutto, o che forse fosse già tutto finito. Eternità e collasso, bellezza e bestialità nello stesso posto. Da lì ho sentito il bisogno di tornare indietro e ricordarmi com’era essere umano, attraversando cose che fanno parte della nostra storia da millenni: il mito, le credenze, i rituali, la filosofia. altro/alto è quel viaggio, ma soprattutto è il ritorno.»
Boetti
Il titolo contiene già le due direzioni del disco.
“Altro” non è semplicemente ciò che è diverso o sconosciuto. Per Boetti è altro da ciò che è sufficiente, altro da ciò che è essenziale: tutto quello che abbiamo progressivamente accumulato fino a confondere il superfluo con il necessario. Tecnologia, sete di potere, denaro, odio, guerre, disumanizzazione entrano in questa idea di “altro” come manifestazioni diverse dello stesso allontanamento.
Il viaggio di altro/alto parte da qui e procede all’indietro, cercando nelle chiavi di lettura che accompagnano l’uomo da millenni qualcosa che possa ancora parlare al presente: mito, credenze, religioni, tradizioni, rituali, filosofia, letteratura. Non come repertorio di riferimenti colti da decifrare, ma come tentativi che l’essere umano ha sempre fatto per rispondere, in epoche diverse, più o meno alle stesse domande. Il tempo. La morte. L’identità. La memoria. La necessità di trovare un senso.
E poi c’è l’“alto”: la tensione verso qualcosa che superi l’immediatezza, una ricerca spirituale che non coincide necessariamente con la religione e che nel disco diventa soprattutto un modo per provare a rimettere l’umano al centro.
Anche il suono calca lo stesso percorso. In altro/alto non ci sono percussioni.
Il ritmo viene spostato negli arrangiamenti, nelle armonie e nei sintetizzatori analogici — Jupiter e Juno — utilizzati quasi come elementi di un’orchestra.
Nel disco convivono suggestioni che arrivano dagli anni ‘70 e ‘80 e da una certa tradizione cinematografica, da Morricone a Rota e Badalamenti, ma l’analogico non è utilizzato per costruire un’operazione nostalgica. È un oggetto di ritorno. Un modo per recuperare un tempo più lento e soprattutto un’estetica imperfetta, in contrasto con un presente in cui immagini, musica e contenuti possono essere continuamente prodotti, corretti e portati verso una perfezione che rischia di non lasciare più traccia del processo.
Questa scelta esce anche dalla musica e costruisce tutto l’immaginario di altro/alto. VHS, camcorder, fotografia analogica, una ‘zine che sembra appartenere a un altro tempo. Per ognuna delle nove tracce, Boetti ha creato un simbolo attraverso sessioni di pittura bendata, rinunciando alla possibilità di vedere, correggere e perfezionare il gesto mentre accade. Musica e immagine partono quindi dalla stessa esigenza: recuperare il limite, il difetto, la materia e il tempo. Non per tornare indietro e restarci, ma per capire cosa abbiamo lasciato lì.
Se Roma rappresenta l’epifania iniziale, altro/alto non finisce però nel collasso da cui parte. Il viaggio porta Boetti molto indietro, ma a un certo punto ritorna. Lo fa attraverso lo spirito umanistico, le Lettere, la memoria personale, la famiglia, il padre e la madre, la terra in cui è nato. Elementi semplici, quasi elementari, dei veri e propri archetipi. Tutto il viaggio a ritroso del disco è una ricerca di elementi minimi, di unità base: spermatozoi, cellule, monadi etc.
È qui che il disco ritrova una dimensione umana e anche la possibilità di una risposta. Non una risposta definitiva al presente e nemmeno la pretesa di risolverne le contraddizioni, quanto la consapevolezza che forse una parte del senso che continuiamo a cercare è ancora nelle cose da cui proveniamo: nei ricordi, nelle relazioni, nei rituali, nella possibilità di riconoscerci in qualcosa che esisteva prima di noi e continuerà dopo.
Il ritorno all’analogico, in questo senso, è soltanto una delle forme possibili di un ritorno più grande. Quello all’essenziale.
