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(c)over: solo un vezzo o qualcosa di più?

Oggi parliamo di un tema che in maniera trasversale avevamo in parte toccato nell'articolo su Jeff Buckley: le cover musicali.

Qualche settimana fa ho aperto un sondaggio sui miei canali social chiedendo quali fossero la cover musicali più amate. Le risposte, devo ammettere, mi hanno molto sorpresa sia per varietà perché di alcune non conoscevo l’esistenza e sia perché di altre non sapevo proprio che si trattasse di cover. Quello che volevo dimostrare con questo sondaggio era un pensiero che avevo formulato nella mia mente riguardo il fatto che a livello fenomenologico negli ultimi anni la cover è sempre di più considerata piuttosto come un esperimento da b-side o live session, un vezzo insomma, che di rado entra a far parte a livello discografico nella storia di una band/un artista.

C’è sempre stato in realtà un sentimento ambivalente quando si affronta il tema delle cover: da un lato c’è chi le considera alla stregua di qualcosa a cui ci si riduce quando - ahimè - viene a mancare l’ispirazione, dall’altro invece c’è chi ci ha costruito sopra il proprio successo (come ben sa il conto in banca di Michael Bublé).

Senza avere la pretesa di addentrarmi in studi sociologici, al pubblico piace, com’è sempre piaciuta, l’idea della cover. Vediamo ad esempio la serata delle cover al festival di Sanremo che è la più seguita dell’intero festival. O ad esempio il fatto che sempre più artisti si scambiano comparsate sui reciproci palchi anche nei più grandi festival internazionali (Robert Smith e Olivia Rodrigo a Glastonboury nelle cover di “Friday I’m In Love” e “Just Like Heaven”; Charli XCX insieme agli Strokes in “Take It Or Leave It” sul palco dell’Outside Land; Billy Corgan e sombr al Coachella con "1979"; Billie Eilish e Phoebe Bridgers che si esibiscono su "Motion Sickness" al Forum di LA) o cantano durante i loro concerti cover di altri artisti (qui non posso non citare in via indicativa Giancane e il suo rapporto di amore/odio con “Ti scatterò una foto” di Tiziano Ferro), o le presentano nei vari programmi come Like A Version sull’emittente radiofonica australiana Triple J (i Fontaines D.C. che fanno un mesh-up di “Heart-Shaped Box" dei Nirvana e "Can You Feel My Heart" dei Bring Me The Horizon) o su BBC Live Lounge (YUNGBLUD & Halsey in "I Will Follow You Into The Dark" dei Death Cab for Cutie o i Royel Otis in "Murder on the Dancefloor" di Sophie Ellis-Bextor).


Ho citato solo degli esempi, ma la lista è davvero infinita.


Di rado, però, poi a livello discografico le cover vengono incise. O se vengono incise talvolta si tratta compilation commemorative o live sessions in studio per le varie piattaforme di streaming. Questo probabilmente è retaggio del fatto che siamo talmente assuefatti dall’ombra lunga dell’autenticità e dell’originalità a tutti i costi che per un artista sviluppare il proprio linguaggio riconoscibile tra la sequela dei prodotti preconfezionati dell’industria discografica moderna è diventato un dictat. Così, mentre si sgomita per restare impressi quanto più possibile nell’era della fruizione fluida, sembra quasi che si stia sprecando un’opportunità ad essere i ventriloqui di qualcun altro, ad incidere sul proprio disco qualcosa che appartiene già al mondo.

Ma la cover non è solo questo

È entrare in un vestito che ci sta cucito addosso perché parla alla nostra anima, ma per indossarlo bisogna rispettarne ogni punto di sutura, facendolo adattare al nostro corpo in modo tale da renderlo quasi un nuovo abito. È certamente uno sforzo, verso la canzone e verso il modo in cui si sceglie di esserne interpreti. E non tutti sono in grado di fare belle cover. Perché sia che si scelga di essere quanto più source-oriented (fedeli all’originale) e sia che, al contrario, si decida di mirare verso una resa più target-oriented (ossia crearne una versione totalmente rimaneggiata) è l‘intento a fare la differenza.   Ed è l’intento che distingue il vezzo, il desiderio, da quello che invece è più una sorta di bisogno dell’anima, rendendo una cover davvero memorabile.

Ci sono canzoni coverizzate talmente tanto spesso che non sono quasi più di nessuno. Entrano semplicemente a far parte del bagaglio culturale di tutti noi. Come “The House Of The Rising Sun”, "Amazing Grace", "Ain't No Sunshine", o i canti popolari come “Bella Ciao”, “O Sole Mio”, “White Christmas”.

Alcune sono diventate più famose nella versione cover che nell’originale:

  • “Superstar" dei Sonic Youth incisa per un album tributo ai Carpenters, è diventata una delle tracce più famose della band americana.
  • “I Will Always Love You" che normalmente associamo a Whitney Houston per essere stata la colonna sonora del film The Bodyguard era originariamente di Dolly Parton.
  • "I Fought the Law" non è dei Clash ma dei Crickets.
  • "Valerie" resa immortale da Amy Winehouse originariamente apparteneva agli Zuntons.
  • "American Woman" dei The Guess Who venne coverizzata da Lenny Kravitz per il film Austin Powers - La spia che ci provava ottenne un successo planetario devastante e gli fece persino vincere un Grammy Award.
  • "I Love Rock 'n' Roll" prima di essere di Joan Jett & The Blackhearts era degli Arrows (ma se ne appropriò addirittura anche Britney Spears).
  • Un discorso a parte va fatto riguardo i Nirvana: tra le grandezze di Kurt Cobain, oltre l'aspetto originale ed innovativo legato alla sua musica, c'è stato sicuramente l'essersi fatti cassa di risonanza per molti gruppi che popolavo la scena sotterranea punk di quegli anni ed aver contribuito, così, a renderli immortali come i Meat Puppets ("Lake of Fire" / "Plateau" / "Oh Me"), i Vaselines ("Jesus Doesn't Want Me for a Sunbeam" "Molly's Lips") i Wipers ("D-7"). E ovviamente l’immortale "The Man Who Sold The World” di David Bowie.

Infine, ce ne sono altre che nella versione cover acquistano una risonanza incredibilmente più profonda a livello interpretativo da diventare quasi una storia a se stante:

  • Come “Halleluja” di Jeff Buckley rispetto a quella di Leonard Cohen.
  • Come "Running Up That Hill" che per molti anni quelli della mia generazione pensavano fosse dei Placebo, per poi scoprire dopo il rilancio di Wuthering Heights la versione altrettanto eccelsa nell'originale di Kate Bush.
  • “Hurt” dei Nine Inch Nails nella versione di Johnny Cash (che tra l’altro ha curato una serie di sei album intitolata American Recordings dove ci sono cover dei Depeche Mode, U2, Soundgarden, tanto per fare dei nomi). Lo stesso Trent Reznor affermò "Quella canzone non è più mia, è di Johnny Cash”.

Abbiamo creato una playlist :


immagine in copertina: Covers dei Placebo 

 

Immagine che rappresenta l'autore: Francesca Mastracci

Autore:

Francesca Mastracci